Intervista di Quotidiano Energia all’assessore regionale all’ambiente e clima. Il punto sul Preac (in arrivo a ottobre 2022), il ruolo delle Regioni e la Pre-Cop 26. “Nuovi impianti: non bastano semplificazioni e norme, serve il consenso”. Le valutazioni su idroelettrico, agrivoltaico e hydrogen valley
L’attuazione della transizione passa soprattutto dai territori: lo dice con chiarezza Raffaele Cattaneo, assessore della Lombardia all’ambiente e clima, in questa intervista rilasciata a Quotidiano Energia nell’ambito di “R.E.gions2030”, l’iniziativa di Elemens e Public Affairs Advisors con QE media partner. Con lo Stato “condividiamo le stesse necessità e le stesse difficoltà, anche dal punto di vista delle procedure”, spiega chiedendo maggior considerazione per le Regioni, a partire proprio dal modello della Cop 26, “paradossale che participino piccoli stati come San Marino e Malta e non Baviera e Lombardia”.
Qual è lo stato di avanzamento dei lavori sul Programma regionale energia ambiente e clima (Preac) orientato al 2030?
Prevediamo l’approvazione definitiva per ottobre del 2022. Attualmente siamo nella fase della prima conferenza di valutazione, del forum pubblico all’interno della Vas. Abbiamo concluso predisposizione, confronto e approvazione dell’atto di indirizzo, che include gli orientamenti politici e strategici del piano e che è stato votato dal Consiglio regionale. Successivamente siamo passati all’elaborazione del Preac in collaborazione con tecnici ed esperti. Adesso si apre la fase di confronto prevista dalla Vas, che poi porterà alla versione conclusiva. Infine, dopo aver effettuato una seconda conferenza di valutazione a maggio/giugno del 2022, con la raccolta delle osservazioni e delle contro-deduzioni, prevediamo l’approvazione a ottobre 2022.
Quali sono le principali linee strategiche del Preac?
È un documento che non guarda solo al 2030 ma tende anche al 2050. È in linea con gli obiettivi dell’Ue e del nostro Paese: il Green deal, da ultimo il più ambizioso ‘Fit for 55’, e il Pniec.
L’obiettivo della Lombardia per il 2030 è arrivare a produrre almeno il 30%, diciamo il 31-33%, di energia da fonti rinnovabili sui consumi finali. Oggi siamo circa al 17%. Quindi la prima linea strategica è il raddoppio della produzione da rinnovabili. Contestualmente, però, bisogna ridurre i consumi. E questa è la seconda linea strategica del Preac, che, per certi versi, è anche la più importante. La Lombardia ha consumi energetici stabili da circa 20 anni, circa 25 Mtep, che dovranno scendere a 17,5 Mtep. Una riduzione di circa un terzo. Ciò presuppone un piano di efficientamento energetico molto esteso.
Quanto sarà difficile raggiungere questi obiettivi?
Il raddoppio delle Fer è molto sfidante, soprattutto per una regione come la nostra. Per noi la fonte principale è l’idroelettrico. Lo utilizziamo da 150 anni, ma con il cambiamento climatico possiamo immaginare che, da qui al 2030, la produzione non tenderà ad aumentare. Casomai a ridursi, essendovi probabilmente meno acqua disponibile. Dunque il nostro target sarà quello di non diminuire la produzione, ma di mantenerla pari ai livelli attuali.
Per raddoppiare la quota di Fer dobbiamo cercare altre fonti. In Lombardia l’eolico è sostanzialmente inutilizzabile perché il vento non c’è. Le fonti utilizzabili sono prevalentemente il fotovoltaico, le biomasse, i biogas e la geotermia. La più impattante e significativa è il fotovoltaico. Nell’arco di questi dieci anni dobbiamo mettere a terra l’equivalente di 4.500 ettari di pannelli FV, circa 4.500 campi da calcio. La Regione ha circa 1.500 Comuni: vuol dire che ogni amministrazione dovrebbe ospitare nel proprio territorio tre campi da calcio da trasformare in aree di produzione. Credo che questo dia l’immagine icastica di qual è lo sforzo da compiere solo per arrivare al 30%. E dopo avremo l’arduo compito di passare alla carbon neutrality entro il 2050. Si fa in fretta a ad aumentare l’ambizione degli obiettivi; serve fare i conti con cosa significa mettere a terra queste politiche.
Secondo il report di “R.E.gions2030”, la Lombardia sconta ritardi sulle performance autorizzative. Nel complesso, come pensa che si possa migliorare il vostro trend sulle Fer?
Il livello di pervasività e ampiezza della transizione energetica è tale per cui non basteranno le iniziative delle Regioni. Serve il coinvolgimento di tutti gli attori della società. Ciò richiede, innanzitutto, un aumento della consapevolezza e una trasformazione dei comportamenti individuali. Altrimenti, per quanto le Regioni possano sforzarsi, saremo sempre molto, troppo, distanti dagli obiettivi. Rispetto a quanto evidenza il rapporto circa il nostro ritardo, è vero per quanto riguarda gli impianti utility scale in aree agricole. Veniamo, infatti, da una resistenza del mondo agricolo a temi come l’agrivoltaico, la convivenza fra produzione agricola e Fer e il consumo di suolo. C’è stato almeno un decennio di fortissima opposizione da parte del mondo agricolo e anche da istituzioni e territori con questa vocazione.
Comunque qualcosa sta cambiando. Da una parte c’è l’evoluzione della tecnologia, capace di rendere sempre più compatibili le due attività, e dall’altra osservo un’evoluzione della consapevolezza sull’importanza di questi temi.
Quali interventi servirebbero a livello centrale per favorire lo sviluppo delle Fer nelle Regioni? È solo una questione di semplificazioni?
È un tema di grande attualità. Ne abbiamo discusso la settimana scorsa con il ministro (Cingolani, ndr) per un paio d’ore, parlando proprio del recepimento della direttiva Red II e del piano per la transizione ecologica. Neanche lo Stato ha la bacchetta magica e neppure può mobilitare tutte le risorse che servirebbero per una transizione di questo tipo. Condividiamo le stesse necessità e le stesse difficoltà, anche dal punto di vista della semplificazione delle procedure. Un tema a cui spesso si attribuisce una rilevanza risolutiva.
Ma, al di là degli interventi di semplificazione, se non si creano le condizioni per un consenso territoriale non riusciremo a fare gli impianti pur disponendo delle regole che consentono di farli. Porto un esempio: abbiamo norme che teoricamente consentirebbero di fare le discariche per i rifiuti. Ma appena si ipotizza di realizzarne una si innescano le reazioni e i comitati, che poi, di fatto, rendono impossibile fare le opere anche se il diritto lo consentirebbe. Pensare di ridurre i termini – dimezzarli o ridurli a un quarto come dice il ministro Cingolani – a me francamente sembra una visione un po’ ottimista e probabilmente frutto di una poca conoscenza delle dinamiche reali di questi fenomeni.
È iniziata la Youth4Climate e adesso Milano e la Lombardia si apprestano ad ospitare la Pre-Cop26. Quale sarà il contributo della Regione per quest’appuntamento?
Mi sono fatto promotore di un’iniziativa, insieme alla Scozia (che poi ospiterà la Cop 26 a Glasgow), affinché le Regioni – o comunque i livelli di governo sub-nazionali – possano essere più direttamente coinvolte nelle decisioni e nell’attuazione delle politiche di contrasto al cambiamento climatico. Siamo nella situazione paradossale che alla Cop parteciperanno piccoli stati nazionali come Malta, San Marino o quelli delle Repubbliche baltiche e invece non avranno voce le grandi regioni del Mondo come la Lombardia, la Baviera o la Catalogna. Il cambiamento climatico ha sì bisogno di obiettivi globali, ma poi le iniziative toccano terra a livello locale. Attenzione a trasformare la Cop in un evento esclusivo dei negoziati fra Stati o in una vetrina per movimenti come i Fridays for future. Se vogliamo fare quello che serve, attuando le misure, abbiamo bisogno di un protagonismo delle autorità locali. Senza di loro queste politiche sono semplicemente degli slogan e non vengono realizzate.
Per l’idrogeno vi siete attivati soprattutto dal punto di vista della mobilità ferroviaria nella Valcamonica e quella aerea per Malpensa. State lavorando anche su altri progetti?
La Lombardia si è candidata su progetti concreti, perché, al di là di una certa retorica sull’idrogeno, di opere ce ne sono davvero poche. C’è una stazione di ricarica e qualche mezzo sperimentale in provincia di Bolzano. Per il resto sono sostanzialmente azioni dimostrative. L’idrogeno è una bandiera che si sventola facilmente ottenendo grande consenso, ma poi servono proposte concrete. Quelle su cui stiamo lavorando sono la sostituzione dei treni Brescia-Iseo-Edolo, una linea non elettrificata e che va a gasolio, con mezzi a idrogeno a partire dal 2023. L’altro progetto è quello di Malpensa. In linea con quanto previsto da ‘Fit for 55’, per cui dal 2030-2035 gli aerei dovranno essere a emissioni zero (quindi presumibilmente a idrogeno), si è cominciato a lavorare per attrezzare l’area intorno allo scalo affinché possa prepararsi a questa sfida. Lavoriamo infine alla diffusione di una serie di stazioni rifornimento: ad oggi non ne abbiamo, ma contiamo di averne almeno una (tre in previsione) nei prossimi 18 mesi.

