Di Mattia Fadda, Senior Consultant Public Affairs Advisors
È stata totale negli ultimi otto anni la sintonia sulle questioni paesaggistiche fra Dario Franceschini, il Ministro della Cultura più longevo della storia repubblicana, e le strutture dell’importante Dicastero che egli ha guidato con placida durezza e democristiana abilità in tre degli ultimi quattro governi.
Anche le potentissime e temutissime (da alcuni) Soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, organi periferici del Ministero sui territori, hanno trovato in “Dario il duro” l’indefesso paladino dello status quo paesaggistico e l’alleato ideale nella contesa fra sviluppo di impianti per la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile e tutela (conservazione?) del paesaggio.
Il Ministro non ha mai tentennato. Anche dal fronte progressista in cui si trova – uno spazio affollato da avversari delle fonti fossili – egli non ha mai ceduto un centimetro di influenza delle Soprintendenze in favore di quelle energie rinnovabili da molti indicate come imprescindibili.
In un’audizione di qualche mese fa, il Ministro della transizione Roberto Cingolani (che le rinnovabili deve e vuole davvero diffonderle) ha fatto notare che se dipendesse dal solo Ministero della Cultura il 95% degli impianti FER presentati non si farebbero. Possibile – si sono domandati molti oltre a Cingolani – che la quasi totalità delle imprese proponenti nuovi impianti eolici o fotovoltaici – a cui progettare e proporre costa parecchio: spese operative, oneri e competenze dovute per il solo fatto di fare istanza – non si accorgano che sulle aree prescelte gravino vincoli paesaggistici o archeologici?
No, certamente. Infatti le Soprintendenze si oppongono frequentemente anche laddove nessun vincolo del genere rilevi, esprimendo pareri contrari a prescindere da obbligazioni realmente esistenti.
Anche quando i tribunali amministrativi aditi da sviluppatori giustamente frustrati dallo stallo hanno, negli anni, arricchito la giurisprudenza e dunque ricordato che al principio costituzionale della tutela del paesaggio si debbano affiancare anche quelli della libera iniziativa privata e della tutela ambientale che lo sviluppo delle rinnovabili persegue, ecco anche in questi casi Ministero e Soprintendenze non hanno cambiato approccio.
Opporsi fornendo pareri contrari, ritardare la concessione dei titoli autorizzativi al fine di conservare lo status quo paesaggistico. In una logica di conservazione – cioè di tutela tout court di un bene considerato più grande di altri – l’approccio culturale dei funzionari del ministero è persino stimabile. Se non fosse che nel frattempo il sentire comune e gli impegni globali (dimentichiamoci persino delle norme di semplificazione che negli ultimi anni hanno cercato di ridimensionare il diritto di veto delle Soprintendenze) prescrivono un cambio di passo che al Collegio Romano, sede del Ministero, non hanno voluto affrontare politicamente.
Franceschini non ha mai tradito i suoi soprintendenti: il paesaggio va tutelato, conservato così com’è. Approccio politico che ha avuto anche un impatto significativo sul posizionamento del Partito Democratico nei confronti delle FER. Il PD è, a ben guardare e quando si è arrivati al dunque, tiepido sulla realizzazione di nuovi impianti rinnovabili sui territori poiché Franceschini è stato il dirigente più influente nel partito negli ultimi 10 anni.
Le poche società dell’energia rinnovabile, anche importanti, che negli anni sono riuscite ad avere udienza da Franceschini per interrogarlo sul tema della compatibilità impianti FER-paesaggio, sono tornate con le pive nel sacco.
Se per un dato periodo Franceschini ha trovato nel comandante dell’Arma Sergio Costa, il Ministro dell’Ambiente dei Governi Conte, un potente alleato, con l’avvento di Roberto Cingolani e Mario Draghi la vita delle Soprintendenze (di Franceschini) si è fatta un tantino più dura.
Complici il clima politico più favorevole alle FER e un approccio politico orientato al fare piuttosto che al procrastinare, Draghi e Cingolani hanno accelerato la semplificazione delle procedure autorizzative e portato a più riprese in Consiglio dei Ministri – facendoli approvare – poche decine di progetti, principalmente eolici, su cui c’era dissenso fra istituzioni dello Stato. Un segnale al sistema dell’energia che non è apparso scontato. Notizia di pochi giorni fa è lo sblocco del Consiglio dei Ministri di altri 11 progetti wind tra Puglia e Basilicata.
E con le elezioni del 25 settembre ed un nuovo Governo cosa accadrà per il sistema industriale che propone la generazione elettrica da fonti rinnovabili? Si affermeranno forze politiche orientate al fare o, invece, al procrastinare? Prevarranno leader intenzionati a trovare (a almeno a cercare) un nuovo equilibrio fra paesaggio e sviluppo energetico o imprenditori antipolitici che lisciano il pelo alle opposizioni locali?
Sullo sfondo, invece, una certezza: i conservatori troveranno sponda nei funzionari territoriali del Ministero della Cultura dediti alla difesa dello status quo paesaggistico. La battaglia continua e non è affatto detto che le rinnovabili ne usciranno bene.

