di Mattia Fadda, Senior Consultant Public Affairs Advisors
Come noto, perché la sfida al climate change da parte dei governi abbia un senso occorre che le Nazioni facciano alcune cose possibilmente all’unisono. Fra le cose da fare quella di sostituire le fonti fossili con quelle rinnovabili è forse la più importante. Ma le FER non basta annunciarle, vanno messe a terra. Chiunque brandisca le rinnovabili come una clava retorica nei comizi ma non fa nulla perché gli impianti di grande taglia vengano messi in esercizio sui territori allora elude uno dei pilastri dell’ecologia razionale contemporanea. Chi invece, anche senza fare comizi e sfilare il venerdì coi liceali (loro fanno bene), lavora perché gli impianti vengano fisicamente realizzati è un amico delle rinnovabili e dunque dell’ambiente.
Visto che, ad esempio, nel passato recente la maggior parte degli impianti eolici autorizzati (1.061 MW) è stata ottenuta con una procedura di emergenza (l’ultima volta a fine luglio 2022), ossia chiamando a giudizio il Consiglio dei Ministri, come arbitro tra Ministero della Transizione Ecologica (tendenzialmente favorevole) e Ministero della Cultura (sfavorevole), e considerato poi il merito di aver proseguito la riforma della VIA per le rinnovabili (strappandola ai colli di bottiglia regionali), possiamo allora onestamente riconoscere il Ministro della transizione uscente come un amico anche delle rinnovabili, al di là della vulgata (alimentata dai suoi innegabili e ripetuti errori di comunicazione) che lo vorrebbe amante delle fossili e temibile nuclearista.
Certo, il legame di amicizia fra Cingolani e il sistema-rinnovabili non è stato rafforzato dalle recenti misure sugli extraprofitti. Un settore da sempre altamente competitivo ed oggi, dopo la chiusura della stagione degli incentivi, anche molto esposto alle intemperie, si è sentito forse investito negli ultimi mesi da solo dell’intero onere di pagare l’esplosione del prezzo dell’energia per cause estranee al proprio mercato.
In tema di rinnovabili, Cingolani lascia ai nuovi Parlamento e Governo non poche incompiute ma anche un’agenda. Vediamola. Sarà necessario responsabilizzare le Regioni e le amministrazioni territoriali sul comune obiettivo della decarbonizzazione. Si dovrà quindi proseguire nell’intento di autorizzare impianti fotovoltaici, agrivoltaici, eolici onshore e anche offshore (quando pronti). Decidere, insomma, invece che procrastinare. Una delle principali innovazioni del duo Draghi-Cingolani è infatti l’estensione alle FER del metodo per cui di fronte ad un conflitto fra amministrazioni competenti l’autorizzazione la dà appena possibile il consiglio dei Ministri. In agenda c’è poi la questione semplificazione che non è esaurita. Occorre proseguire e snellire ancora gli iter autorizzativi per fotovoltaico ed eolico (anche per l’offshore si attendono le procedure semplificate). Un proposito su cui prima della caduta del Governo Draghi pareva essersi trovata una convergenza era quello di realizzare un testo unico sulle autorizzazioni FER che permetta a chiunque di fruire le norme in modo semplice e lineare. Il nuovo Governo dovrà dirimere finalmente la questione aree idonee-non idonee. Bisognerà poi abbreviare i tempi della burocrazia digitalizzando i processi e dotando subito le strutture pubbliche (anche regionali) di risorse umane e competenze. Poi è necessario affrontare politicamente di petto a livello centrale e locale i cleavage sottostanti al mancato sviluppo delle infrastrutture energetiche: tutela del paesaggio/esposizione alla risorsa energetica; vantaggi diffusi/impatti localizzati; suoli agricoli/spazi per lo sviluppo. Ultimo ma non ultimo: rimuovere i veti. Come noto serve il confronto con i territori finalizzato a perseguire il miglior progetto possibile e non ad assecondare (o incoraggiare con l’inerzia) il NIMBY di cui l’Italia è funestata.

